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                                                               Sarzana, 8 marzo 2020

 

Mia cara paziente e mio caro paziente,

è stato davvero difficile per me in questi giorni astenermi dal dare la mano ai miei pazienti!

Ho sempre accolto in tutti questi anni ogni paziente stringendogli la mano. 

( lo faccio per scelta: quando ancora studiavo medicina feci un tirocinio da un prof e vidi che non dava mai la mano ai suoi pazienti, e peraltro non li visitava o toccava nemmeno, e perlopiù non alzava neanche lo sguardo dai fogli degli esami per guardarli negli occhi. Lo ringrazierò sempre di avermi spiegato così bene quello che non volevo essere!)

Vi accolgo stringendovi la mano, ma, mi conoscete, amo anche ogni tanto chiedervi di nuovo la mano durante la visita, quando le mie parole si permettono di toccarvi dove la pelle dell'anima è graffiata, e più sensibile.

In senso più lato, per molti di voi mi piace pensare di prendervi per mano, e accompagnarvi lungo un cammino di guarigione. E questo cerco di fare.

 

 Ti rendi conto com’è difficile per me svegliarsi un giorno che toccare la mano di un altro è maleducazione!!!

 

Così è successo che nell'accogliere i pazienti in queste mattine ho detto loro frasi del tipo “non le do la mano perché in questi giorni è doveroso non farlo, ma ho molto piacere di vederla, e le do il mio caldo benvenuto…”

Perché se è vero che sono rari i gesti di contatto e di affetto, lo sono anche le parole che esprimono la gioia e la gratitudine dell'incontro, del contatto con gli altri. Anche quando questa gioia la sentiamo, la esprimiamo molto poco con le nostre parole.

Così in studio in questi giorni, nello scusarmi di non poter stringere la mano, ho detto a ognuno che ero felice di riceverlo, e che per me era importante che ci fosse.

Che il suo essere venuto in studio, in giorni come questi, dava un senso al MIO essere venuto in studio quel mattino. (così come ogni incontro scopre il senso di due storie che hanno condotto, attraverso infiniti bivi e ghirigori, due persone fino a quel luogo e in quel momento).

 

Credo sarebbe bello poter usare questi giorni in cui ci possiamo toccare di meno, in cui dobbiamo stare a un metro e mezzo di distanza, usarli per re-imparare a salutarci, accoglierci o accarezzarci con le parole.

Abbracciarci con un “Che bello che sei qui!” , baciarci con un “Non vedevo l'ora di incontrarti”,  amarci con un “Il regalo più bello che potevo ricevere oggi era che tu venissi da me”.

In queste settimane segnate dall'angoscia, ecco invece un'altra bella cosa da imparare, o riscoprire.

E allora voglio dirti che sono felice che tu mi abbia scelto come tuo medico. Perché il lavoro che adoro fare esiste solo se esisti tu che mi dai l'occasione di farlo.

Che sopporti le mie troppe parole e tutti i miei ritardi, e anche la mia passione e i miei ‘pipponi’.

Che accetti che ci sono davvero lì davanti a te, e che ti chiedo di esserci anche tu per davvero. (ed esserci è scomodo a volte!).

Che accetti che sono disposto a fare tardi, (e che ti faccio fare tardi), ma che ti chiedo molto.

E che quasi sempre chiedo permesso, ma che non mi fermo sul ciglio della tua vita.  E tu, che lo senti, mi fai entrare.

 

Ecco, avevo bisogno di inaugurare queste settimane del metro e mezzo di distanza stringendoti la mano con le parole.

Perché così mi piace stare coi miei pazienti.

Grazie

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